AriannaMongardi

L’opera e l’uomo

di Arianna Mongardi

Facoltà di Architettura FAU USP

Vilanova Artigas, 1945, San Paolo (Brasile)

 

L’opera e l’uomo

di Arianna Mongardi

 

Immaginatevi di trovarvi in un posto meraviglioso: ampi spazi, un cielo azzurro che limpido si stende all’infinito, una temperatura perfetta e alberi giganteschi, quasi monumentali, che si ergono come mostri dalle mille braccia nodose su distese verde brillante.
Aggiungete a questo paradiso naturale il ritmo della samba e la dolcezza del frutto della passione, ecco, benvenuti in Brasile.
Questa introduzione potrebbe probabilmente sembrare inutile e un po’ eccessiva ai più minimalisti ma è in realtà necessaria per capire in profondità lo spirito dell’opera che presto tenterò di descrivere usando, più o meno abilmente, tutti quegli escamotage letterari atti a raccontare ciò che in realtà è impossibile da esprimere attraverso l’uso della banale parola.
Tornando a noi, non vi trovate semplicemente in Brasile ma a San Paolo, una delle città più popolate al mondo, megalopoli che ci proietta con troppa facilità in un futuro prossimo, non visto proprio all’unanimità come positivo.
Proprio qui tra la confusione del traffico, gli odori pungenti e il confondersi di milioni di persone vi è un luogo meraviglioso:
la facoltà di architettura FAU USP realizzata da Vilanova Artigas.
Sarete sorpresi di scoprire che la mia opera è un’opera architettonica, può sembrare una scelta atipica all’interno di un corso universitario che ruota intorno alle arti figurative ma in realtà, se ci riflettiamo, possiamo renderci conto che la maggior parte della nostra vita si svolge all’interno di strutture, nelle quali ci rinchiudiamo per sentirci più sicuri, per lavorare, per riposarci oppure per studiare, come in questo caso.
La loro importanza è quindi vitale. I luoghi in cui passiamo il nostro preziosissimo tempo non solo ci influenzano ma ci rappresentano, troppo pesanti per essere spostati viaggiano con noi all’interno della nostra memoria, vere e proprie estensioni immobili di noi stessi.
Per questo motivo quello che si prova al suo interno è inspiegabile e sorprendente, ti senti a casa anche se lontano un oceano dalla tua vera casa, senti di trovarti in un luogo di condivisone e ti commuovi affogando, sommerso dalla pacifica veemenza della luce che fluisce invadendo ogni spazio.
La luce, fisicamente una piccola parte dello spettro elettromagnetico, ha un potere salvifico e fin dal medioevo riesce a trasportarti in un universo trascendentale. Gli architetti, in parole elementari, giocano a creare scatole, scatole nelle quali decidono in che modo e quanta luce far penetrare.
Riuscire a creare strutture dove ti ritrovi a galleggiare in un universo di luce è l’utopia realizzata dell’architettura brasiliana. Artigas la trasporta all’interno dell’edificio attraverso un soffitto a cassettoni che crea un elegante gioco di chiaroscurale.
L’università è un ampio spazio aperto, suddiviso in più livelli interconnessi attraverso la presenza di rampe solide ed imponenti. La definizione “ampio spazio aperto”, oppure open space per utilizzare un inglesismo, non può realmente spiegare la sensazione di piccolezza, molto simile a quella che si prova di fronte ad uno spettacolo naturale, che viene trasmessa da questa ampia piazza di luce su più piani. Io stessa mi sono sentita come probabilmente si sente il viandante sopra un mare di nebbia di Friedirich, nel mio caso però il mare era di luce, sicuramente molto più confortante e meno drammatico
Non esistono barriere all’interno dell’edificio permettendo cosi agli studenti di vagare alla scoperta di ogni sua sfaccettatura, anche quei presupposti di sicurezza che in Italia vengono spesso utilizzati, come ad esempio un banale corrimano, vengono completamenti ignorati da Artigas, architetto che attraverso la forma riesce a sublimare i suoi più alti ideali di libertà assoluta all’interno di uno Stato dittatoriale che di libero aveva ben poco. La sua opera diventa un manifesto e un soldato, celato sotto la luce del caldo sole equatoriale, di un idealismo comunista antagonista al regime di Vargas. 
Oltre al senso di pace camminando per l’università percepiamo anche un brivido, una scarica di adrenalina, dato dalla pericolosità dovuta all’assenza di queste barriere: è facile precipitare da un piano all’altro se inconsapevoli e indifferenti ai suoi salti di livello che come sbalzi di umore caratterizzano questa artificiale creatura.
I detrattori commenterebbero definendo Artigas potenzialmente sadico, io sono più romantica e preferisco pensare che questo genio non convenzionale abbia voluto rendere tutti più consapevoli e attenti al luogo nel quale si trovano.
Tutto è in condivisione, non vi sono grandi separazioni se non di vetro trasparente, e chi si trova al suo interno non può fare a meno di mettersi a proprio agio; lo dimostrano gli innumerevoli disegni alle pareti, che come tatuaggi sul corpo della struttura danno l’idea di qualcosa di vissuto e decadente in maniera raffinata. Diverso rispetto ad un intoccabile e altezzoso grattacielo, il campus è un edificio pensato per l’uomo.
Ecco il vero capolavoro del modernismo: creare edifici per gli esseri umani, che funzionino, che creino armonia e che siano vivibili al meglio.
Dall’esterno l’edificio è l’esaltazione del brutalismo, dal valore estetico a tutti gli elementi strutturali, un grande parallelepipedo in cemento sorretto da zampe trapezoidali.
Completamente immerso nel suo habitat, la natura, con il quale convive pacificamente e quietamente riuscendo ad adagiarsi pigramente sulla madre terra brasiliana.
È vero che la sua forma, alla prima occhiata superficiale, potrebbe ricordare un qualsiasi parcheggio a più livelli ma in realtà questa struttura è riuscita a realizzare l’obiettivo più alto dell’architettura: creare attraverso la ricerca di una bellezza formale un edificio per l’uomo.